L'Abbazia di Sesto al Reghena

L'Abbazia di Sesto al Reghena

Il documento più antico che si riferisce all’Abbazia benedettina di Sesto è quello (perduto nel ‘700, ma trascritto) della assai cospicua donazione fatta dai figli di Pietro, duca longobardo del Friuli, tali Erfo e Anto, nel 762.
Il complesso di edifici che si vede entrando dalla porta sotto la torre è quanto resta, come si diceva, dopo le distruzioni naturali dei terremoti e quelle umane, le successive ricostruzioni, ma anche quello che è il risultato di più di un restauro del secolo XX, spesso pesante e talvolta arbitrario.
A questo proposito, il primo e radicale restauro durò dal 1905 al 1914, altri si effettuarono negli anni ’60, con il risultato di demolire edifici per liberare le strutture più antiche (così, la parte triabsidale che viene fatta risalire all’inizio del XI secolo), ma anche, ad esempio, di ricostruire ex novo la cripta sotto il presbiterio della chiesa, di modificare l’architettura dei sostegni con l’introduzione di pilastri al posto di colonne nelle navate, ecc.
La parte che conserva gli affreschi più antichi è l’originalissimo vestibolo-atrio che precede l’ingresso della basilica, la quale quindi non ha una facciata in vista. Si tratta di un ambiente ampio di circa 10x5 metri con pilastri che sostengono un salone nel piano superiore, al quale si accede con una scala situata all’esterno del portone di entrata in questo “vestibolo”. La maggior parte dei dipinti sono del cinquecento, ma alcuni resti sulla parte alta dei pilastri sono del XII e XIII secolo. Non valgono molto più che come importante testimonianza storica.

Ciclo di affreschi trecenteschi nella chiesa abbaziale di S. Maria in Sylvis a Sesto

Nella chiesa abbaziale di Sesto, intitolata, si è detto, a S. Maria in Sylvis, si conserva ancora una notevole decorazione a fresco della prima metà del XIV secolo che può definirsi l’evento più importante della pittura friulana del Trecento prima dell’arrivo di Vitale da Bologna a Udine.
Sono diverse e anonime le personalità, che hanno eseguito gli affreschi, ritenute, dai critici, riminesi o romagnole o bolognesi. Italo Furlan, che all’abbazia ha dedicato un documentato studio, afferma che il complesso degli affreschi di Sesto, eseguito da almeno due pittori principali con aiuti, si dimostra opera di artisti educati sostanzialmente alla prima scuola del Giotto di Assisi e tuttavia a conoscenza, per qualche verso, anche dei suoi cicli nella cappella degli Scrovegni a Padova e in Santa Croce a Firenze.
I lavori sarebbero del 1324-36 circa.
Al primo di questi pittori (il cosiddetto “Maestro del Lignum vitae”) viene assegnata la non molto ben conservata decorazione dell’abside centrale (Incoronazione della Vergine nel catino absidale, poi, sotto, la Natività di Cristo e l’Annuncio dell’angelo ai pastori e, nelle nicchie inferiori, figure di Santi), della navata centrale della basilica (San Benedetto conforta i poveri, San Benedetto istruisce i monaci, scene varie), di parte del transetto destro: Martirio di San Pietro (con viva e realistica caratterizzazione dei volti) e appunto il Lignum vitae (o albero mistico). Quest’ultimo, ispirato al modello caro a S. Bonaventura (1217-1274), usuale nella cultura giottesca, emerge per bellezza e novità essendo il primo esempio del genere in Friuli.

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Un secondo maestro, che il Furlan chiama “Maestro delle Storie di San Benedetto”, affrescò poi, assieme ad aiuti, le altre scene nel transetto sinistro, tra cui meritano di essere ricordati almeno il grande riquadro dei Funebri (o funerali) di San Benedetto, la Consegna delle chiavi a San Pietro e a fianco S. Pietro trasmette il magistero a S. Lino.

Riferimenti bibliografici
1. Afffreschi del Friuli, op.cit. Fotografia di E. Ciol, p. 56, tav. XXVII
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