La Basilica di Aquileia

La Basilica di Aquileia

Non interessa in questo contesto proporre la storia puntuale della basilica, ma per una sua rapida sintesi si comincia con il ricordare la costruzione delle “aule” del vescovo Teodoro nella prima metà del IV secolo e della basilica da parte del vescovo Cromazio (inizio V sec) poi, nel tempo, abbiamo un succedersi di distruzioni e ricostruzioni del sacro edificio. Una prima distruzione ci sarà stata in occasione del saccheggio di Attila nel 452; la successiva ricostruzione è del periodo del vescovo Niceta.
Segue, nella regione e in Italia, l’invasione degli ostrogoti di Teodorico nel 489 e quindi la loro sconfitta da parte dei bizantini con la non breve guerra gotica (535 - 553), l’arrivo dei longobardi (569), con la fuga del vescovo Paolino a Grado e la nomina, qualche anno dopo, dell’abate Giovanni, d’ora in poi Patriarca, alla cattedra di Aquileia nel 607.
Il patriarca aquileiese però comincia a risiedere a Cormons e poi a Cividale rinunciando alla sede di Aquileia.
Sul finire del VIII secolo la basilica sarà stata abbastanza malandata a causa dell’abbandono durante il periodo dei longobardi protratto per un paio di secoli e terminato con la loro sconfitta nel 774. Così, subito dopo, il tempio fu riedificato dal patriarca Massenzio con le donazioni del re dei franchi Carlo Magno.
Un secolo dopo ci fu la devastazione degli Unni, nel 901 , e poi ancora i danni ulteriori dovuti al terremoto del 998. Così si arriva alla ricostruzione, completata al tempo del patriarca, di origine tedesca, Poppo (1019-1042) nei primi decenni del secolo XI, cui si aggiunge la costruzione della massiccia mole del campanile in pietra squadrata (non in mattoni, com’era più usuale).

Dipinti dell’abside della Basilica di Aquileia

I più antichi dipinti, oggi esistenti nella basilica, sono quelli dell’abside relativa alla ricostruzione completata dal patriarca Poppo di Treffen, con la dedica che, posta sotto gli affreschi in occasione della consacrazione, porta appunto la data 1031.
Si tratta di un complesso pittorico imponente anche se purtroppo si presenta di difficile lettura e sconforta che l’ultima offesa sia stata portata, picchettando, intonacando e ridipingendo l’intera superficie, alla fine del ‘700 (è il famigerato periodo del gusto neoclassico).
Nel semicatino absidale, attorno alla Madonna con il Bambino, contornato da una doppia cornice a mandorla, vi sono vari personaggi tra cui, sulla destra, i martiri aquileiesi Ermacora, Fortunato ed Eufemia di Calcedonia e, più piccoli, l’imperatore Corrado II il Salico , sua moglie Gisella e il loro figlio Enrico.

[fig. 02_part_Abside_Aquil_XI tratta da Affreschi del Friuli, p.20, tav. IX ]

I personaggi, secondo lo stile bizantino, sono riconoscibili talvolta per particolari segni distintivi, comunque spesso c’è scritto il nome vicino a ciascuna figura e questo toglie ogni dubbio.
Al di sotto di questi personaggi corre un ampia fascia con dei volti inseriti entro strani tondi vagamente a forma di cuore, alternati a pavoni.
Al di sotto ancora otto martiri aquileiesi con la corona del martirio in mano; impressiona la sproporzione delle loro figure nel senso dell’altezza, secondo lo stile di Reichenau dicono i critici d’arte, e la resa dei volti, ben lontana da quella dei santi della galleria superiore. Segue verso il basso una fascia con motivo a girali d’acanto sotto la quale corre l’iscrizione della dedica con la data del 1031, ritenuta autentica (anche se forse non originale essendo i caratteri non romanici, ma gotici).
Sotto ancora corre una serie di riquadri di difficile decifrazione.
Al di là dell’evidente bizantinismo dei personaggi, gli studiosi, per giustificare l’alto livello artistico, ad esempio dei volti già menzionati, si esibiscono nei più vari e contrastanti accostamenti a lavori nell’ambito romano, veneto e anche germanico (arte romanico-ottoniana).

Dipinti della cripta della Basilica di Aquileia

Per quanto riguarda questo ciclo di affreschi, gli apporti bizantini, secondo vari studiosi, arriverebbero ad Aquileia non tanto dalla provincia macedone, come parrebbe evidente confrontandoli ad esempio con quelli del monastero di Nerez oppure con quelli del monastero greco di Hòsios Lukàs, quanto piuttosto sarebbero riconducibili (secondo il Bettini) al denominatore comune della così detta «arte benedettina» con le caratteristiche già dette.
Gli affreschi si articolano:

  1. in quattro scene della Passione sulle pareti (Dormizione di Maria, Crocifissione, Deposizione e Compianto del Cristo morto),
  2. sulle volte le storie di S. Marco e di S. Ermacora, sui “pennacchi” o intercolumni vari Santi,
  3. nella parte bassa delle pareti è dipinto un finto velario sul quale sono tracciati delle immagini monocromatiche in rosso mattone scuro (tipo sanguigne) con alcune scene di soggetto cavalleresco, altre d’altro genere.

[fig. 03_compl_Cripta_Aquileia_1170 tratta da Aquileia: gli affreschi nella cripta della basilica, tav. [9]

Qui viene spontaneo un accostamento all’orante di S. Maria di Castello di Udine.

Tuttavia la presenza di questo particolare stile “benedettino” negli affreschi della cripta di Aquileia non è, secondo gli studiosi, ugualmente avvertibile in ogni sua parte.
Infatti mentre nelle scene della «Passione» e nei «Santi» dei “pennacchi” la consonanza bizantina è più marcata, nelle «Storie» dei santi Ermacora e Fortunato, nelle volte, predomina l’elemento «romanico-occidentale» elaborato tuttavia secondo il paradigma alto-adriatico; mentre nel finto velario, nella parte bassa delle pareti, si richiamano le miniature e l’arte «salisburghese» o dell’Alta Austria dell’epoca (Lambach).
È comunque inconfutabile che, malgrado i possibili accostamenti con opere di altre aree culturali, gli affreschi della cripta, la cui datazione sarebbe da porsi attorno al 1170, costituiscono per la complessità della loro tematica e l’ampiezza della narrazione un testo unico nella storia dell’arte romanica.

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